Giovanni Morelli, Neve, china, 1967/68 ca.
Venezia sotto la prima neve
Veduta trasversale


Pensieri per Giovanni

Angela Carone | 11 novembre 2020


«Un archivio musicale novecentesco è forse cosa più difficile da definirsi di un archivio musicale d’altri tempi. Le personalità dei musicisti o dei creatori di arte con la musica connessa (cinema, danza ecc.) lascia tracce o troppo complesse, o troppo labili, o enigmatiche. […] Un certo importante repertorio di ricerca e di creazione sulla base dell’uso di strumenti elettroacustici desueti, ovvero macchine superate tecnologicamente, ma specificamente adibite alla loro realizzazione estremamente definita (del tutto all’incontrario delle opere aperte), realizzazione allo stato delle cose dell’oggi divenuta impossibile, imporrebbe alla responsabilità dei conservatori di opere novecentesche di questo ambito […] il ripristino o, addirittura, la ricostruzione stessa (sulla base degli eventualmente rinvenuti loro progetti o brevetti, ove ci sono) delle macchine che in grandissima parte sono andate perdute, e disattivate sino alla distruzione, quando non effettivamente distrutte».

(Giovanni Morelli, Archivi musicali del Novecento, in Conservare il Novecento. Convegno nazionale. Ferrara, Salone internazionale dell’arte, del restauro e della conservazione dei beni culturali e ambientali, 25-26 marzo 2000. Atti, a cura di Maurizio Messina e Giuliana Zagra, Roma, Associazione italiana biblioteche, 2001, pp. 153-158: ***


Giovanni Morelli ha sempre navigato tra le carte, che ha chiosato acutamente, accostato magistralmente (talvolta pindaricamente), rispettato profondamente, al punto da adoperarsi affinché quelle di alcuni compositori e musicisti (e tant’altro) italiani o naturalizzati tali potessero essere messe al riparo dall’oblio e rese disponibili per una disamina a fini esegetici, storiografici o esecutivi. Morelli era consapevole di quanto complesso sia il lavoro di chi analizza queste carte, soprattutto se vergate tra la seconda metà del Novecento e i primi anni del Duemila, e di quanto esse spesso rappresentino solo un tassello di un più ampio e articolato processo creativo scaturito dall’incontro del compositore con mezzi elettronici (in tempi più recenti campionatori, computer e software per l’interazione del suono con l’immagine). Soprattutto, Morelli sapeva quanto aperto alle nuove tecnologie (in senso lato) debba essere anche il lavoro di chi questi complessi e variegati ‘strumenti’ di natura compositiva deve essere in grado di recuperarli, farli funzionare, conservarli e, non da ultimo, catalogarli, avvalendosi di piattaforme che abbattono ogni confine geografico. A venti anni esatti dalla stesura del saggio ‘archivistico’ di Morelli, redatto in occasione del convegno ferrarese Conservare il Novecento, e a fronte della recente affermazione delle Digital Humanities (alle quali in una certa misura afferisce anche quella spinosa «archiviazione sviluppata in termini di “riproduzione” dei documenti» postulata dal musicologo), il suo implicito invito a un aggiornamento tecnologico, da parte di chi analizza e cataloga la musica più recente, è quanto mai attuale.


Ascolto proposto:

A Morelli naturalmente non sfuggì un altro aspetto. In vista di una ricostruzione filologica che possa dirsi la più completa ed esaustiva possibile sarebbe auspicabile che le ricerche d’archivio fossero estese anche al versante performativo e che venissero quindi indagate «altre documentazioni dei processi preparatori della esecuzione (da desumere dalle documentazioni oggettive o soggettive delle prove stesse: dai filmati ovvero registrazioni delle prove, alle testimonianze, più o meno credibili, in genere, degli interpreti, intervistati o comunque attivati nelle riesumazioni del ricordo di un interessante numero di dettagli di atti performativi richiesti, suggeriti, accettati dall'autore)». Un simile intreccio delle fonti è talvolta facilitato, se non addirittura suggerito, dalla compresenza in una stessa istituzione dei documenti di due o più dei protagonisti degli «atti performativi», per esempio il compositore e il suo interprete. Questa felice condizione si riscontra proprio nella Fondazione Giorgio Cini di Venezia, dove sono conservati, tra gli altri, gli archivi di Gian Francesco Malipiero, la cui donazione ha rappresentato il punto di partenza per quello che sarebbe divenuto l’attuale Istituto per la Musica (di morelliana ‘ideazione’), e del pianista e compositore Gino Gorini, che di Malipiero fu allievo, amico e interprete. Gorini eseguì, tra gli altri, i Cinque studi per domani di Malipiero (1959).


>>> Gian Francesco Malipiero, Cinque studi per domani


Non è difficile immaginare che Morelli avrebbe approvato, sostenuto e incoraggiato uno studio ‘tradizionale’ del carteggio Malipiero – Gorini e una puntuale disamina di altre fonti da loro conservate e relative ai Cinque studi per domani, alla ricerca di informazioni utili di natura interpretativa, e non solo. (Angela Carone)

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